La voce del mezzogiorno


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Chi salverà il mondo?

La resistenza dei contadini

La lotta per la salute è una battaglia di tutti
Forse aveva ragione Trotzkij: nel nostro mondo a portare avanti la rivoluzione, almeno quella culturale, sono i contadini e non gli operai. Questi ultimi si sono dedicati alla ricerca di miglioramenti di categoria (non di classe) e sono impegnati nella rincorsa dei privilegi riservati ai più ricchi. D’altronde il capitalismo ha capito qual è la formula giusta per tenere i sottoposti tranquilli e subordinati. La soluzione adatta non era quella del feudalesimo o del primo capitalismo che cercava di dominarli con gli stessi mezzi del domatore di bestie feroci: la fame e la paura. La tecnica giusta, invece, è quella che già i romani, con le loro grandi capacità di dominio, avevano scoperto: panem et circenses. La formula non è quella di dominare con la forza, ma quella di far divertire le classi inferiori. Il capitalismo dà infatti quasi a tutti la possibilità di avere un telefonino, l’automobile e la play station; e poi ti sprona a lavorare di più per riuscire a comprarti il televisore LCD e il navigatore satellitare e questa competizione genera, in chi raggiunge il risultato, la soddisfazione di appartenere a una classe economica (non sociale) più elevata. Gli operai, se si chiedesse loro se si sentono ancora l’avanguardia del proletariato, guarderebbero male l’intervistatore e forse sorriderebbero o inorridirebbero, perché si vogliono sentire e si sentono più appartenenti alla classe media che a quella proletaria. Alla serata passata nella sezione di partito preferiscono la visita al sabato a Unieuro. Hanno acquistato l’appartamento in cui vivono, hanno studiato fino al diploma e ora fanno studiare i loro figli fino alla laurea, hanno la seconda automobile in famiglia e se sognano qualcosa è la casetta al mare o la vacanza alle Maldive. In questi pensieri non c’è più posto per la rivoluzione, intesa come lotta per migliorare le condizioni di vita. Anzi, meglio non modificare lo status quo per evitare che la situazione cambi e non si possa poi più godere dei privilegi ottenuti.
Chiariamo a inizio discorso, per non essere fraintesi e poi sbranati, che qui parliamo di grandi categorie di persone e non di singoli individui. Anche fra gli operai ci sono persone meritevoli che si impegnano nel sociale, così come anche fra i contadini ci sono i latifondisti che pagano poco gli extracomunitari che raccolgono i loro pomodori o coloro che per arricchirsi non hanno scrupoli, come quelli che qualche anno fa allungavano il vino con il metanolo. Ma, parlando appunto in generale, quando è successo l’ultima volta che gli operai siano scesi in piazza per un motivo che non fosse una loro rivendicazione di categoria?

Salute o posto di lavoro?
Gli operai delle fabbriche d’armi non si preoccupano che i loro manufatti uccidano innocenti in tutto il mondo. Mi è capitato di sentire personalmente un tecnico di un’industria di aeroplani da guerra augurarsi che in medio oriente continuassero a guerreggiare, perché lui aveva il mutuo da pagare. Neppure le produzioni nocive, non solo per l’ambiente circostante ma persino per gli stessi lavoratori, non sono oggetto di discussione. Terribili ed esemplificative al riguardo le parole di una donna sull’ACNA di Cengio: “Odio questa fabbrica che ha ucciso mio marito e che non assume mio figlio”. Certo, il posto di lavoro è fondamentale per ognuno e soprattutto per chi ha la responsabilità di una famiglia, ma perché, sindacati in testa, non si avvia un serio discorso sulla riconversione dell’industria militare in quella civile? Magari per riconvertire la produzione di sistemi esplosivi nella produzione di air bag o per sostituire le mine con i frigoriferi? Forse perché sistemi esplosivi e mine hanno un mercato migliore e rendono di più? Forse, ma il lavoro umano non è solo merce: è valore. E deve creare valore, non solo economico. Il lavoro deve contribuire alla crescita umana e per questa meta air bag e frigoriferi sono più utili di sistemi esplosivi e mine, anche se rendono meno.
Quando mai avete sentito gli operai come categoria preoccuparsi della possibilità di una guerra termonucleare totale o del problema dei rifiuti o di quello dell’inquinamento? Eppure la loro vita non si consuma solo in fabbrica; una guerra colpirebbe anche loro, così come i cibi inquinati finiscono pure sulle loro tavole e la montagna di rifiuti che produciamo affoga anche loro. Mancano della visione globale e si accontentano di mantenere il lavoro senza farsi troppo male, ogni tanto ricordandosi di lamentarsi. Perché se il lavoro ti vincola, perderlo non ti libera.
Il mondo contadino invece sente i problemi della distribuzione per tutti del cibo e della sua produzione con metodi naturali e si dimostra capace di utilizzare le nuove strumentazioni, prime fra tutte Internet, per distribuire conoscenze e informazioni. Il tutto al di fuori di strutture ideologiche, politiche e di partito. Mentre gli operai, dimenticata la forza della solidarietà, si chiudono all’interno della loro fabbrica o, peggio ancora, del salotto di casa, i contadini del mondo viaggiano, si incontrano e fanno del dialogo la loro forza primaria. Così se l’operaio sogna il viaggio alle Seychelles il contadino indiano prende l’aereo e viene in Italia per partecipare alla manifestazione Terra madre.

Effetti positivi e negativi della globalizzazione
Anzitutto è bene chiarirsi su che cosa si intenda per “globalizzazione”. Se significa un’omologazione di tutti a un modello di vita imperante, che poi è quello occidentale, allora è certamente un fatto negativo a cui opporsi. Ma a nostro avviso la globalizzazione è la realtà del villaggio globale, dove convivono le differenti identità. In tal senso essa esiste e non è possibile né giusto opporvisi. E’ una realtà effettiva e cercare di sopprimerla è uno sforzo inutile e antistorico. E’ come cercare di arginare il mare con il proprio corpo o di lanciarsi a combattere le pale dei mulini a vento. Piuttosto è bene cercare di arginare i suoi effetti deleteri, essendo al contempo coscienti dei grandi vantaggi che essa porta con sé. Abbiamo dubbi su quanto afferma Ignacio Ramonet, direttore di Le monde diplomatique, quando dice che chi vi “resiste in tutto il mondo sono soltanto i contadini”. Ci auguriamo invece che la loro non sia una contrapposizione tout court alla globalizzazione e che al contrario siano consci anche dei vantaggi che porta con sé, perché senza di essa il contadino indiano di prima non verrebbe a Torino per parlare delle sue coltivazioni ma resterebbe nel suo ignoto villaggio dell’India rurale. Ci sembra invece che i contadini si oppongano, giustamente, agli effetti perversi della globalizzazione. Gli operai nel contempo sono occupati su fronti più ristretti: le rivendicazioni salariali di categoria, il contratto integrativo, la vacanza al mare. Ai grandi incontri internazionali non partecipano mai, mentre questi incontri sono pieni di contadini che provengono da tutto il mondo e che contestano le scelte della World Trade Organization. La resistenza nei riguardi di una cultura dominante che si disinteressa del fatto che stiamo distruggendo il nostro mondo, l’unico che abbiamo a disposizione, è condotta dai contadini. Sono loro che si preoccupano della perdita della biodiversità, dell’esaurimento delle falde acquifere, della distruzione degli ecosistemi, dei problemi ambientali. I leader più importanti vengono tutti dal mondo contadino: Vandana Shiva e José Bové per citare solo i due più noti. I contadini si muovono su questi fronti forse perché sono i primi a sentirne le conseguenze, ma comunque portano all’attenzione del mondo problemi che sono ineludibili. In fondo anche loro difendono il posto di lavoro, ma i problemi che nascono nel mondo contadino riguardano tutti e non solo coloro che si occupano di problemi agricoli. Ad esempio la produzione del cotone si è concentrata nelle mani di industrie sovvenzionate e ciò ha portato all’abbandono delle coltivazioni, condotte con metodi produttivi tradizionali, da parte di milioni di africani, che sono emigrati in Europa o negli Stati Uniti o che sono finiti nelle bidonville delle grandi città africane come Lagos.

Il commercio equo e solidale

Più interessante è la scelta delle botteghe del commercio equo e solidale, che insieme a prodotti biologici e naturali danno anche la garanzia che i produttori, cioè i contadini del sud del mondo, abbiano ricevuto un compenso adeguato per il loro lavoro. In questo caso il problema è un altro. Se l’idea è ottima per quanto riguarda alcuni prodotti che non esistono in Italia e che quindi bisogna per forza importare se li si vuole consumare (caffé, the, artigianato africano), diventa invece diabolica per altri prodotti. Ad esempio, non ha senso comprare miele proveniente dall’Argentina, quando sulle Alpi, a pochi chilometri dalle nostre case, ci sono produttori locali che producono un miele anche più buono, perché il barattolo che per arrivare sulle nostre tavole deve attraversare l’oceano accumula su di sé un’enorme quantità di costi di trasporto, che in termini ecologici significa un incremento dell’inquinamento. E’ lo stesso perverso sistema che porta a consumare in Piemonte burro prodotto in Veneto e in Veneto burro prodotto in Piemonte. Non sarebbe meglio limitare questi spostamenti fisici del prodotto, riducendo le problematiche afferenti, prima fra tutte quello dell’inquinamento per trasporto su gomma?
Rimane il fatto che i prodotti acquistati nelle botteghe del commercio equo e solidale costano di più dei prodotti analoghi del supermercato e quindi, volendo, una famiglia proletaria (si può ancora dire?) può decidere di comprare qualche alimento in questi negozi, rivolgendosi poi alla grande distribuzione per la spesa grossa della settimana.
Cresce comunque la consapevolezza che bisogna mangiare bene e non soltanto mangiare e che il carburante con cui riempiamo il nostro corpo deve essere buono, perché diventa parte di noi stessi. Questa consapevolezza è diventata lampante nel rifiuto generalizzato verso gli organismi geneticamente modificati, tanto che, per riuscire a venderli, si è cercato di evitare che la scritta “OGM” venisse correttamente stampata sull’etichetta dei prodotti, perché si temeva che altrimenti nessuno li avrebbe volontariamente scelti. Per diffonderli si è cercato di percorrere la strada dell’imposizione attraverso l’ignoranza.

Esistono ancora i contadini?
In occidente c’è il sentimento diffuso che i contadini siano in via di estinzione. Si potrebbe quasi ipotizzare una contrapposizione nord-sud: al nord gli operai disinteressati e al sud i contadini impegnati. In parte è vero e in parte no.
Anche nei nostri paesi industrializzati esistono ancora contadini che si impegnano nel portare avanti lotte e istanze per preservare l’ambiente. Nelle nostre campagne esiste l’Associazione Solidarietà Campagna Italiana (A.S.C.I.), formata da piccoli produttori agricoli. Essi lottano contro legacci burocratici e impedimenti legali che impediscono di produrre e di vendere legalmente il frutto del proprio lavoro. Ad esempio è ora proibito vinificare in locali dove si è vinificato da secoli, perché le dimensioni di tali locali sono di qualche centimetro inferiori a quanto stabilito da nuove normative. Oppure è vietato produrre formaggi in cascinali che non hanno bagni separati per uomini e donne: norma che scade nel ridicolo quando impone tali vincoli a realtà formate da marito e moglie!
Al tempo stesso è vero che dalle nostre parti il contadino inteso in senso tradizionale è scomparso o è in via di sparizione. Al suo posto ci sono imprenditori che, se si interessano ai problemi dell’ecosistema, lo fanno poiché non possono esimersi dal lavorare la terra e perché il loro lavoro è inevitabilmente legato al discorso ambientale.
Oggi i contadini vengono visti come una specie di avanzo di tradizioni che si vanno perdendo e si vorrebbe addirittura fare a meno di loro, affidando le produzioni agricole alle multinazionali del settore. Si è così ipotizzato di poter fare a meno dei contadini, privandosi di conseguenza di un sistema agricolo e sovvenzionando i pochi agricoltori rimasti per mantenere il paesaggio e non per produrre cibo, visto che questo si può comprare più convenientemente nel sud del mondo. Contemporaneamente le multinazionali vogliono la clonazione, gli organismi geneticamente modificati e sognano di produrre la carne senza nessun animale e di fare un’agricoltura senza suolo, in laboratorio. Non preoccupandosi del fatto che la sparizione del suolo significherebbe la perdita anche della relativa cultura. La cultura di un paese sparisce infatti se sparisce la sua terra: alberi, biodiversità, identità alimentare, tradizioni, canti, superstizioni, feste, rapporto con la natura. Esiste infatti una relazione stretta fra coltura e cultura.


Violenze e nonviolenza
Ma tutto questo ha a che fare con la nonviolenza? Certo, perché, se oggi combattiamo, come nel recente passato, guerre per il petrolio, i prossimi conflitti saranno per l’acqua. Inoltre i brevetti sui prodotti agricoli geneticamente modificati causano una dipendenza dei contadini dai detentori di tali brevetti: mentre una volta una parte del raccolto serviva come semente per l’anno futuro, con gli OGM, i cui semi sono sterili, i contadini dovranno di anno in anno andare a comprare le sementi dalle multinazionali del settore, che, trovandosi in regime di monopolio, potranno applicare prezzi non di mercato, con il rischio di ulteriori indebitamenti da parte degli agricoltori poveri. Infine la monopolizzazione del settore agricolo da parte delle multinazionali crea una società sempre più militarizzata, con sorveglianti armati e reticolati che proteggono le colture brevettate.
In conclusione ci auguriamo che cresca la consapevolezza che si possono pagare alcuni prodotti agricoli un po’ di più se si è sicuri che quei soldi aiuteranno veramente i produttori locali che ne hanno bisogno, legando così insieme due concetti importanti, quelli della solidarietà e del benessere alimentare, creando un’alleanza fra il mondo urbano e quello rurale, fra gli operai e i contadini, consapevoli che quelli dell’alimentazione e dell’inquinamento sono problemi di tutti. E soprattutto ci auguriamo che tutti si impegnino di più affinché ognuno possa avere accesso al cibo sano a un prezzo equo.


Sergio Albesano


Torino, 02/12/2009


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