La voce del mezzogiorno


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Il ricordo

L’automobile viaggiava veloce lungo la strada e il poco traffico rilassava la piccola tribù che la riempiva. Fuori il freddo dell’inverno invitava a raggiungere in fretta la meta del lungo viaggio: la vecchia casa di nonna Giulia. “Pietro, smettila con quel videogioco. Non vedi che hai gli occhi rossi? Sono ore che sei lì ipnotizzato. Guardati intorno, invece. Qui è nata la nonna. Queste sono le Langhe.”
“Già, le Langhe. Ritorno a casa”, pensava tra sé la vecchia rugosa tutta vestita a festa, con il bel paltò di lana e un’elegante spilla sul colletto. Nonna Giulia era famosa, oltre che per le sue lasagne fatte a mano, anche per la sua indole dolce e pacata e poi... raccontava storie bellissime!
“Mamma, che cosa fai? Dormi?”, chiese le figlia dell’anziana signora. “Ancora un paio di chilometri e ci siamo.”
Ma Giulia non riposava affatto. Anzi era attenta e curiosa di tutto. Guardava avidamente dal finestrino dell’automobile. Non voleva perdersi nulla di quella vista e d’istinto abbassò il vetro. “Mamma? Ma sei matta? Così ti raffreddi e alla tua età...” Ma Giulia sentiva il bisogno di respirare quell’aria e di riempire il naso di odori mai perduti né dimenticati.
Finalmente l’automobile imboccò una stradina laterale e dopo pochi minuti si fermò di fronte a una casa. Quante emozioni nel cuore di Giulia nel rivedere dopo tanti anni quella casa che l’aveva vista crescere! Il pozzo che le faceva paura quando era bambina, il cancello dove si divertiva ad arrampicarsi, il bagno sul ballatoio dove era scomodissimo andare d’inverno, il portico ove stavano le stie con i conigli a cui lei dava l’erba da mangiare, il filo di ferro lungo il quale correva la catena del cane e poi le stanze della casa, la cucina accogliente e le camere da letto che erano fresche d’estate e decisamente fredde d’inverno. Quanti ricordi! Ma era altro che la sua infanzia che Giulia desiderava incontrare.
Approfittando del fatto che ognuno era impegnato a scaricare l’automobile dai pacchi che si erano portati dietro e a sistemare la casa, Giulia uscì dal cancello e iniziò a camminare lungo la stradina non asfaltata che si snodava fra i campi. Il terreno era molliccio, con qualche piccola pozzanghera qua e là, ricordo di una pioggia di qualche giorno prima, e le scarpe di Giulia affondavano nella terra, sporcandosi ai bordi di fango. Camminò lentamente ma con determinazione fino a una svolta, lì dove iniziava un piccolo boschetto. In quel posto, sulla sinistra della stradina, stava una lapide: “Al martire dell’eterna libertà Marco Dogliotti. 22 febbraio 1945”. Una fotografia in bianco e nero, che raffigurava il volto di un giovane sorridente, era lì a fianco. Giulia rimase a guardare la lapide, mentre le sue dita scivolavano a toccare l’immagine, quasi che con quel gesto potesse riuscire a sentire ancora il contatto con la pelle viva del ragazzo. Ma tutto rimase silente e immobile. Guardò il tronco della quercia che stava lì accanto: era proprio in quel posto, proprio in quel metro quadrato di fronte alla pianta che avevano messo Marco prima di colpirlo con i loro proiettili. Si guardò intorno. Quel masso lì a fianco, grosso com’era, sicuramente stava là anche quella mattina in cui Marco fu catturato e ucciso. Quel masso, dunque, era stato testimone della sua morte. “Come fa a restare così indifferente”, si chiese “così uguale in un momento tranquillo come questo e in un attimo così drammatico come quello d’allora?” Vi si sedette sopra e cercò quasi di assorbire dalla pietra il ricordo vivo degli ultimi istanti di vita di quel giovane che lei aveva amato.
“Nonna, nonna!”, una vocina si avvicinava a lei. Era Pietro che trafelato la stava cercando correndo. “Dove sei andata? Papà e mamma mi hanno mandato a cercarti. Qua fuori sta iniziando a fare freddo. Vieni, torniamo a casa.”
“Non ho voglia del caldo della casa. Voglio restare ancora un po’ qui.”
Pietro accettò la volontà della nonna, anche perché in fondo neppure lui aveva voglia di chiudersi in casa. Lasciò vagare il suo sguardo intorno a sé, fin quando non vide la lapide. “Guarda”, disse alla nonna, indicandola.
Giulia scosse la testa in segno affermativo.


“Lo conoscevi?”, le domandò il nipote.
“Sì, lo conoscevo bene”, rispose.
“Chi era?”.
“Il mio fidanzato”.
“Ma il tuo fidanzato era il nonno”.
“Sì, ma prima di lui ho avuto un altro fidanzato, che era quel ragazzo lì”.
“E poi è morto?”.
“Eh, già!”
“Lo hanno ucciso?”.
“Sì, era un partigiano e i tedeschi lo hanno catturato e poi lo hanno fucilato”.
“E tu hai pianto?”.
“Sì, ho pianto, ma prima ho cercato di salvarlo”.
“Tu? Ma come avresti potuto? Così vecchia?”, le disse impietosamente il nipote.


Giulia sorrise: “Adesso mi vedi vecchia, ma lo sai che sono stata giovane anch’io? Per te è difficile immaginarmi ragazzina come sei tu adesso o donna come la tua mamma, ma lo sono stata anch’io. Una volta ero forte e agile e correvo fra i campi di notte per portare da mangiare ai partigiani che si nascondevano fra le colline. Rischiavo pure io la vita, perché se i tedeschi mi avessero presa avrebbero subito capito che cosa stavo facendo. Correvo come un gatto, allora, tra i filari delle vigne. Quando Marco fu catturato, corsi a chiamare gli altri partigiani e insieme tornammo qui per liberarlo, ma arrivammo troppo tardi.”
Poi si chinò ad accarezzare il viso di Pietro, che la guardava con occhi spalancati. “Sì, correvo, saltavo di qua e di là. Non sono solo la nonna che cucina le lasagne, sai? Io, proprio io, nella mia vita ho dovuto anche impugnare una pistola e affrontare posti di blocco. Hai presente quando giochi a nascondino? Ti nascondi dietro a qualcosa e quando il compagno che è sotto ti passa vicino tu stai immobile e trattieni persino il fiato per non farti scoprire. Ecco, anche per me era così, ma se mi scoprivano non finivo a essere sotto nel turno successivo: mi uccidevano, lì, immediatamente, come hanno fatto a Marco. Io ero costretta a nascondermi da chi mi poteva togliere la vita. Tu hai sempre visto la tua nonna come una vecchina e non riesci a immaginare che invece nella mia vita c’è un mondo che non potevi supporre. In realtà non si conosce mai una persona abbastanza; la si conosce solo quanto quella persona ti permette di fare. Ma a te affido i miei ricordi, perché non vadano persi. Queste cose non le ho mai raccontate a nessuno, neanche alla tua mamma. Invece oggi le racconto a te.”
“Perché proprio a me, nonna?”, domandò il nipote.
“Forse perché sei insofferente come me quando ti dicono di alzare il finestrino dell’automobile altrimenti ti raffreddi o di smetterla di giocare con i video giochi! Perché non ho raccontato nulla a mamma e papà? Perché la generazione di mamma e papà ha avuto belle cose, il
boom economico, la televisione. E io volevo dimenticare. La liberazione è stata davvero una liberazione in tutti i sensi. Subito dopo il 25 aprile incontrai il nonno e l’ho sposato. La generazione di mamma e papà poteva anche non sapere, perché la mia voleva dimenticare. Dirglielo ora sarebbe un autocompiacimento: che cosa cambierebbe infatti nella loro vita? Per te invece è importante, perché non si sa se domani o tra vent’anni qualcun altro vorrà rifare le stesse cose di allora.”
“Certe cose a scuola le ho studiate anch’io”, affermò il ragazzo.
“Certo, ma quello che non sai forse è che in ogni guerra, al di là dell’esito o delle motivazioni, alla fine ci sono mamme che piangono i figli, mogli che piangono i mariti e orfani che non vivranno più la stessa vita di prima. Anche per questo non raccontai, perché comunque ero una ragazza e avevo voglia di non piangere più. Buttando via quel fazzoletto gettavo quel pezzo di vita, quello con i ricordi e il passato. Potendo scegliere, io avrei voluto un’infanzia come la tua. Solo con te adesso posso giocare come non ho potuto fare quando ero piccola a causa delle circostanze.”
“Io sarei orgoglioso che queste cose tu le facessi sapere, perché molti di questi atti sono stati premiati”.
“E’ vero che ci sono stati eroi e alcune persone vengono ricordate, ma tante altre, come me, no. Non è quello che conta, ma che di queste cose si parli perché non succedano più. Le generazioni si ritrovano. Anch’io sono insofferente ai rimproveri e a essere considerata una bambina. Vengo trattata in maniera infantile perché sono anziana, ma in realtà io sono una donna. Con i miei ricordi anche l’immagine di quel ragazzo che è raffigurato nella fotografia e i suoi ideali non moriranno e questi ricordi io li affido a te. Ora rientriamo”.
Pietro le dette la mano e si incamminarono lentamente verso l’abitazione.

* * *

Non capii bene, allora, tutto ciò che mia nonna mi disse. Molte parole non saranno state le stesse di quelle che ho riportato, ma quella sensazione che mi rimase addosso è ancora uguale e intatta. L’uomo che sono diventato deve molto a quel ricordo, perché quel regalo che mi fece nonna Giulia è, tra i molti, sicuramente il più bello.

Sergio Albesano

28/12/2009



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