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"Quando dirai una parola, sarai infinitamente in essa... <<Aldo Capitini>>"
La parola è lo specchio dei nostri sentimenti, di quello che desideriamo e di ciò che aborriamo. Gesù Cristo ammoniva che è “quello che esce dalla bocca (che) rende impuro l’uomo!”. Jacques Lacan sosteneva che l’inconscio è "strutturato come un linguaggio" e quindi poneva al centro della sua attenzione la veicolazione di significati attraverso la comunicazione verbale. Quello che diciamo e il modo in cui lo pronunciamo spiegano il nostro animo agli altri.
Nessuna parola deve essere sprecata, perché è cosa preziosa, così come lo è il silenzio, che spesso è il modo per evitare di dire parole stupide o fuori posto.
L’inflazione della parola
La parola è soggetta all’inflazione a causa del suo abuso. In particolare è l’uso degli aggettivi a subire questo processo inflattivo. Una volta se un qualcosa piaceva si diceva che era bello. Con il tempo “bello” è sembrato termine povero per esprimere il proprio piacere e quindi si è passati all’uso del superlativo “bellissimo”. Ma poi anche “bellissimo” è risultato scarno. Bisognava usare qualcosa di più forte. Ecco che allora si sono inventate parole nuove, fuori dal dizionario, ed è nato ad esempio il temine “figo”. Ma inevitabilmente anche questo si è inflazionato e quindi si è dovuti passare al superlativo “fighissimo”. E poi si sono usati termini vecchi ma con significati stravolti. Qualche decennio fa, ad esempio, di un evento che era piaciuto particolarmente si diceva che era stato “bestiale”. L’aggettivo aveva perso il significato di “relativo alle bestie” per significare “molto interessante, tanto bello”. Oggi è il termine “serio” a essere usato a questo scopo. E “serio” non vuol più dire “che dimostra impegno”, ma, di nuovo, “interessante e bello”. Questo processo inflattivo genera insoddisfazione, perché si ha l’impressione di non riuscire mai a esprimere la grandezza di ciò che si prova. Un fatto non è più semplicemente “bello”, “interessante”, “piacevole”. Deve essere per forza “pazzesco”, “incredibile”, “assurdo” e via esagerando. Per rompere questa catena bisognerebbe avere l’umiltà e l’intelligenza di tornare all’uso originario dei termini e a usare quindi gli aggettivi giusti nel grado corretto. Perché non è sensato dire che ho “una fame pazzesca”, che quella ragazza è di “una bellezza incredibile” o che in automobile ho dovuto fare “una coda assurda”. Insomma, bisogna tornare a usare le parole giuste e nel modo corretto. Quando leggo su un quotidiano che il tal giocatore è stato “letteralmente” fatto a pezzi, mi auguro che si tratti di un’esagerazione del giornalista e che non si parli di un efferato delitto di un novello Jack lo squartatore.
La falsità del politically correct
Da qualche tempo è arrivata la piaga del politically correct, che ha instillato la paura dell’uso delle parole. Così ad esempio gli handicappati sono stati chiamati “diversamente abili”, i sordi “non udenti” e i ciechi “non vedenti”. Ma ci si fosse fermati a questo! Ora quando devo parlare di una persona che ha la pelle molto scura pur non essendo abbronzata, non so come esprimermi: “negro” è discriminante, “nero” pare che non vada bene perché noi non siamo proprio bianchi ma un po’ rosati, “africano” è inesatto perché ormai potrebbe essere nato anche a Beduzzo di Corniglio in provincia di Parma, “di colore” apriti cielo perché anche noi siamo colorati. Ormai se definisci una persona “cieca” tutti ti guardano male e ti fanno sentire come se fossi un razzista seguace di Gobbels. Ricordo che mia mamma, invece, usava il termine “disgraziato” in due accezioni. Disgraziati erano coloro a cui ad esempio mancava una gamba o che erano un po’ deficienti mentali (oggi dovrei dire “diversamente intelligenti”) e disgraziati erano anche quelli che si comportavano male. Così solo dal senso della frase e dal tono della sua voce, pietoso oppure arrabbiato, riuscivo a capire se il disgraziato di cui parlava era un mutilato o qualcuno che era passato a tutta velocità con il rosso. Etimologicamente “disgraziato” poteva dunque significare “colui che ha una disgrazia” e anche “colui che può causare una disgrazia”. Ricordo che quando incontravamo qualche persona handicappata lei mi insegnava che a loro bisogna voler bene più che agli altri e, pur nella rozzezza del suo modo di esprimersi, c’era meno forma ma più rispetto.
Il politically correct ha corrotto anche i religiosi. I luterani hanno aggiornato la Bibbia e hanno deciso che ormai non si può più dire “Signore”, “Padre” o “discepolo”, perché Dio non ha genere e fra i suoi discepoli c’erano anche alcune donne. Quarantadue teologhe e dieci teologi hanno lavorato per cinque anni e poi hanno collaudato il testo per due anni nelle comunità evangeliche per produrre la Bibbia nella lingua corretta, dove troviamo ad esempio “le apostole” e “le pastore” nella notte di Natale e, invece dello scorrettissimo “Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”, “Nel nome di Dio, del Padre e della Madre di tutti e della santa forza spirituale”. Paolo indirizza la sua lettera non più ai romani, ma “alle sorelle e ai fratelli di Roma”. Per evitare discriminazioni nei confronti degli ebrei la terribile frase “E’ giunta la fine del mio popolo Israele” è diventata, perché non venisse messo in dubbio il diritto di Israele a esistere, “Il mio popolo ora è maturo; non posso più risparmiarlo”. Il termine “Signore” è stato sostituito con “Adonaj” e quindi il versetto “Il Signore è il mio pastore” è diventato “Adonaj mi pascola”.
Quanta falsità dietro a queste preoccupazioni politically correct! Esasperando la forma ci si dimentica del contenuto.
Eliminare la parola per cancellare il concetto
A riprova dell’importanza fondamentale della parola, arriva la convalida scientifica che ove essa manca viene a sparire anche il concetto che esprime. Nella terrificante costruzione politica descritta in 1984 di George Orwell l’invenzione della neolingua aveva lo scopo di rendere impossibile ogni altra forma di pensiero che non fosse quella ufficiale del partito al potere. Eliminando termini quali “libertà” o “solidarietà” a poco a poco sarebbe scomparso il concetto ad esse relative. Senza una parola capace di esprimere quell’idea, l’idea stessa sarebbe morta.
L’agghiacciante espediente ha una sua valenza scientifica. Pochi anni fa è stata scoperta una tribù con una cultura ancora all’età del ferro, nella cui lingua mancano i numeri superiori al tre. Queste persone sanno contare dall’uno al tre e per tutto il resto esiste il concetto di “molti”. Mancando le parole, essi non riescono a elaborare i concetti. Per loro un mucchietto di quattro noci è uguale a un mucchio di venti noci. Evidentemente in quella tribù il concetto di accumulo tipico della cultura capitalista non è ancora arrivato.
Eliminare la parola per esorcizzare un concetto è cosa che facciamo quotidianamente quando usiamo eufemismi. Così non si dice che la tal persone è morta, ma piuttosto che ci ha lasciati, che è passata a miglior vita, che è volata in cielo. Fin qui nulla di male, trattandosi soprattutto di delicatezza. Anche nel mondo di Harry Potter non si deve pronunciare il nome di Valdemort, ma per riferirsi a lui si deve usare una circonlocuzione. Più grave è il fatto che i paesi arabi da decenni siano in guerra, latente o dichiarata, contro un nemico di cui non possono pronunciare il nome. Invece di usare la parola “Israele” utilizzano tortuose perifrasi. Grave è anche il fatto che dal mese di giugno del 2007 in molte scuole britanniche è stata bandita la parola “olocausto”, per non urtare la suscettibilità degli scolari islamici!
Ci aveva già provato il fascismo, quando compito di Achille Starace era proprio quello di eliminare le parole indesiderate, che avessero potuto dare un’impressione di lassismo. Così, ad esempio, quando il “lei” fu abbandonato per il più maschio e virile “voi”, una rivista femminile che si chiamava appunto “Lei” (ma evidentemente come terza persona singolare femminile e non come formula di cortesia!) dovette cambiar nome e da allora si chiamò “Annabella”.
Un discorso a parte dobbiamo fare per gli statunitensi, che non hanno un termine per definire se stessi. Infatti si chiamano americans, americani. Ma americani sono tutti gli abitanti del continente americano. Quindi anche coloro che vivono in Belize o in Honduras, per rigore filologico, sono americans. E’ esattamente come se noi abitanti dell’Italia non avessimo l’aggettivo “italiani” per definirci e ci facessimo chiamare “europei”. Nel caso degli statunitensi la loro identificazione con l’intero continente ha radici probabilmente nella dottrina Monroe e indica il loro grado di autoaffermazione come potenza egemonica.
Esasperare la forma e dimenticare il contenuto
Le femministe sono cadute nel tranello linguistico quando hanno iniziato a pretendere che insieme al genere maschile, che nelle nostre regole grammaticali ha il sopravvento, si debba usare anche il femminile. Così i testi sono diventati illeggibili, poiché non si sapeva come risolvere il problema. Qualcuno ha iniziato a usare maschile e femminile insieme; i testi si sono allungati con espressioni precise ma noiose: “cari ragazzi e care ragazze”, “tutti e tutte”, “i postini e le postine”. Qualcuno ha poi pensato di usare la barra cambiando solo la finale: “cari/e ragazzi/e”, “tutti/e”, “i/le postini/e”. I testi così composti diventavano geroglifici di nuovo illeggibili. Infine qualcuno, traendo l’idea dall’informatica, ha pensato di usare l’asterisco: “car* ragazz*”, “tutt*”, “i/le postin*”. L’espediente si è dimostrato penoso. Possibile che non si comprenda che la violenza che le donne subiscono come genere non si basa su questi dettagli lessicali? Possibile che mentre qualcuno si scervella a trovare modi per accordare il maschile singolare al femminile plurale ci si dimentichi che dentro le case dei nostri palazzi tante donne vengono ancora picchiate e violentate dai loro mariti? Di questo ci dovremmo preoccupare e non delle finali delle parole!
Stesso errore stanno commettendo alcuni amici della nonviolenza che, come in una novella neolingua, vorrebbero epurare l’italiano da parole non gradite: “armi”, “strategia”, “tattica”. L’idea è pericolosa, poiché apre la strada alla creazione di varie lingue, ognuna sostenitrice di un suo percorso ideologico, giusto o sbagliato che sia. I seguaci della Lega Nord potrebbero ad esempio imporsi di non usare più termini quali “sud”, “meridione”, “mezzogiorno”, negando lessicalmente il diritto di un’altra entità a esistere.
Aldo Capitini teneva molto che il termine “nonviolenza” fosse un’unica parola. Infatti l’espressione “non violenza”, pur di significato positivo, è una negazione e si limita a intendere il rifiuto della violenza. E’ solo un’opporsi a qualcosa ritenuto ingiusto. “Nonviolenza”, invece, è la libera traduzione del concetto gandhiano di satyagraha e ha una valenza positiva, che non si limita al rifiuto della violenza ma che ha in sé il concetto della forza della verità. Pertanto parlare di “non violenza” o di “nonviolenza” è cosa fondamentalmente diversa.
La parola dà anche potere. Don Milani diceva che l’operaio conosce trecento parole e il padrone mille ed è per questo che il padrone è padrone e l’operaio operaio. La differenza fra i due sta in quelle settecento parole che uno conosce e che l’altro non sa usare. Forse pochi sanno che il maestro Alberto Manzi, oltre ad alfabetizzare negli anni Sessanta tanti italiani attraverso la sua trasmissione televisiva “Non è mai troppo tardi”, trascorreva le sue estati in America Latina dove insegnava ai poveri a leggere, perché senza capacità di lettura erano facile preda dei latifondisti che facevano loro firmare contratti capestro di cui essi non conoscevano neppure i contenuti.
In conclusione, la parola è importante perché esprime i nostri ideali e proprio per questo non dobbiamo abusarne e non dobbiamo ridicolizzarla, dobbiamo usarla senza paura e dobbiamo trasmetterla, perché attraverso essa viaggi nel tempo e oltre le generazioni il messaggio di cui vogliamo essere portatori.
Sergio Albesano
Torino, 24.06.2009