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Qual è il rapporto fra nonviolenza e arti marziali?
“Odio la guerra, detesto gli eserciti, amo combattere”. Questa frase, scritta sul muro di fronte a una palestra della periferia milanese, rappresenta bene il rapporto fra arti marziali e violenza istituzionalizzata.Ma procediamo con ordine. Faccio parte del Movimento Nonviolento da quando avevo diciassette anni (ora ne ho cinquanta) e contemporaneamente da diverso tempo pratico arti marziali (kung fu, kali, jeet kune do). Mi sono chiesto spesso se la pratica di queste discipline sia una contraddizione con la mia adesione agli ideali della nonviolenza. Dapprima ho pensato che lo fosse e subito ho cercato una giustificazione, affermando che ognuno deve saper gestire le proprie contraddizioni e che la mia in ogni caso non fosse più grave di quella di chi carica la bicicletta sull’automobile, percorre quaranta chilometri per arrivare nel capoluogo della sua provincia, qui scarica la bicicletta e partecipa alla manifestazione organizzata da Massa critica contro l’uso delle automobili o di chi si professa amico della nonviolenza ma poi è violento nella relazione con la propria moglie o non parla da anni con suo fratello! Ma questo sgravio di responsabilità, confrontando le proprie contraddizioni con quelle di altri alla ricerca della più o meno grave, non risolve il problema.Con il tempo e approfondendo la pratica mi sono accorto che il discorso è molto più articolato e complesso. Non voglio razionalizzare, affermando che le arti marziali sono nonviolente, ma al tempo stesso è ugualmente sbagliato affermare che rientrano soltanto nell’ambito della violenza pura.
La mia esperienza
Ho frequentato diverse palestre in Torino e nei suoi dintorni e ho sempre trovato un ambiente moralmente pulito e fraterno. Un’unica brutta esperienza mi è occorsa in un’occasione in cui mi sono imbattuto in un istruttore che si vantava di portare i suoi ragazzi alla domenica allo stadio per mettere in pratica quello che aveva insegnato loro durante la settimana, che ricordava con nostalgia che ai suoi tempi non c’era lezione che non terminasse con almeno un ricoverato al pronto soccorso e che, vantandosi pubblicamente di essere fascista, al termine della lezione, anziché fare il saluto della disciplina, faceva e faceva fare il saluto romano! Si tratta però di un poveretto che non ha capito lo spirito delle arti marziali e il cui cattivo esempio non può compromettere tutta la restante positività che esiste nell’ambiente. In nessun’altra palestra ho trovato esaltati, ma sempre persone, che fossero ragazzini o anziani, coscienziose, responsabili e controllate.Fra coloro che praticano queste attività esiste molto rispetto reciproco. Prima di un combattimento o anche solo della prova di una tecnica ci si saluta e così si fa quando si finisce. Quel saluto significa: “Tu sei importante per me, perché senza di te non potrei allenarmi; rispetto il tuo essere e il tuo corpo; ti sono avversario, ma non nemico”. La durezza dell’allenamento è un aiuto per avvicinarsi all’altro: infatti provare dolore per un colpo o per una leva serve a comprendere la sofferenza che possiamo arrecare e quindi a controllarci al momento opportuno. Un certo ritualismo è anche utile per sviluppare attenzione e rispetto verso la pratica e verso gli altri; ad esempio in genere si fa un inchino prima di salire sul tatami, perché quello è il luogo dell’allenamento e quindi in qualche misura sacro. L’insegnante è chiamato “maestro”, in cinese sifu, cioè “padre” e il maestro del proprio maestro è il “nonno”. Nel saluto che si effettua all’inizio e al termine della lezione i praticanti si dispongono in ordine, dal più anziano al più giovane di pratica; il più anziano (relativamente alla pratica e non all’età anagrafica) è considerato come un fratello maggiore che offre il suo aiuto e talvolta si sacrifica rinunciando al suo allenamento per addestrare i nuovi arrivati. Si tratta dunque di una famiglia, in cui esistono legami di affetto reciproco. E personalmente una delle cose più belle che provo è quella di abbracciare il mio avversario al termine di un combattimento, entrambi pazzi di sudore, affaticati, con il cuore che batte a mille, con il fiato corto: fino a un attimo prima ci si è fronteggiati duramente, ma ora ci si saluta dimostrandosi rispetto reciproco e ci si abbraccia, unendo il sudore e la fatica in un legame al tempo stesso virile e tenero.
La preghiera di un combattente
Concludiamo infine con la preghiera che un artista marziale rivolge al suo maestro e al suo dio. Anche attraverso queste parole di fede troviamo che, se le arti marziali sono cosa diversa dalla nonviolenza, sono comunque una via anche spirituale per raggiungere la pienezza di sé. Saper tirare un pugno o saper intercettare quello di un avversario non è mera pratica fisica, ma disciplina, sana condotta e via verso una crescita interiore, sentendosi permeati dell’umanità di cui siamo fatti, consapevoli che, mentre i nostri piedi calcano la terra, contemporaneamente i nostri occhi guardano il cielo. Accettare la materia di cui siamo composti, ricercando nel contempo l’equilibrio dei gesti, del respiro e delle parole, sentendosi unito alle altre persone dal comune destino umano, sforzandosi di cercare qualcosa oltre al nostro limitato orizzonte, ricercando la forza del coraggio e rifuggendo la debolezza dei vili, è comunque una via che, secondo me e per la mia esperienza, può essere percorsa in concomitanza con il cammino della nonviolenza: due crescite parallele che possono rinforzarsi a vicenda.“Sono in piedi di fronte al creatore e all’umanità della Terra.Sto sforzandomi di conoscere la saggezza del terzo occhio, dei cinque sensi e oltre i cinque sensi.Sto sforzandomi per l’amore di tutta l’umanità e perché non ci sia spargimento superfluo di sangue.Io non mi inginocchio in segno di sottomissione ma di rispetto.Porgo la mano dell’amicizia perché la preferisco alla mano della guerra, ma se la mia amicizia fosse rifiutata sono stato addestrato per saper combattere.Ora mi alzo in piedi per simboleggiare che servo il creatore, la mia famiglia e l’umanità.Con la mia mente e il mio cuore curo giornalmente la conoscenza donatami dal mio maestro.Per lui la mia vita è sempre in combattimento.Sono stato preparato per fronteggiare ogni avversario, anche se la sua abilità fosse superiore alla mia, perché se il mio corpo precipitasse alla terra io non mi preoccuperei, poiché in quel momento il mio spirito sorgerà indomabile nei cieli.”
Sergio Albesano
Torino, 29.05.09